Dispositivi medici. La spesa del Ssn supera i 6,6 miliardi

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Sei miliardi e seicento milioni di euro. È questa la cifra che le strutture sanitarie pubbliche italiane hanno speso nel 2023 per acquistare dispositivi medici – dalle protesi impiantabili ai kit diagnostici, dagli strumenti chirurgici alle apparecchiature ospedaliere. Lo certifica il Rapporto annuale del Ministero della Salute, giunto alla sua dodicesima edizione, che monitora attraverso il cosiddetto “Flusso Consumi” gli acquisti di tutto il Servizio sanitario nazionale.

Il numero finale – 6,609 miliardi di euro – segna un aumento del 6,9% rispetto all’anno precedente, pari a circa 428 milioni di euro in più. Un incremento che non sorprende chi conosce le dinamiche del settore, ma che conferma una traiettoria di crescita ormai strutturale, ininterrotta almeno dal 2014.

Il rapporto, pubblicato a dicembre 2025 con i dati aggiornati all’aprile dello stesso anno, è costruito attorno a tre livelli di analisi: la spesa per regione, la spesa per categoria merceologica di dispositivo e la spesa per singola azienda sanitaria. È uno strumento tecnico, pensato soprattutto per gli addetti ai lavori, ma i numeri che contiene raccontano qualcosa di più ampio: come cambia la medicina che il Ssn eroga, dove crescono i bisogni, e quanto sia ancora profondo il divario tra i diversi territori del paese.

Un mercato che non smette di crescere
Prima di entrare nel dettaglio dei dati regionali, vale la pena capire di cosa si parla quando si dice “dispositivi medici”. La categoria è vastissima: comprende tutto ciò che non è farmaco ma è comunque indispensabile per diagnosticare, curare o monitorare una malattia. Protesi d’anca e valvole cardiache, aghi e siringhe, reagenti per le analisi del sangue, bisturi, ventilatori polmonari, apparecchi per dialisi, sistemi di radioterapia. Il mondo dei dispositivi medici è, insieme alla farmaceutica, uno dei principali motori di crescita della spesa sanitaria moderna, e il rapporto del Ministero lo conferma senza ambiguità.

Nel 2023 le strutture pubbliche del Ssn hanno registrato consumi relativi a 529.751 codici di repertorio distinti – i cosiddetti numeri BD/RDM, ovvero gli identificativi univoci assegnati a ciascun dispositivo nella banca dati ministeriale – con un incremento del 9,3% rispetto ai 484.669 dell’anno precedente. A livello nazionale, depurando le duplicazioni tra regioni, i codici distinti scendono a 190.916, ma anche questo numero cresce dell’11,5% sul 2022. Più prodotti, più tipologie, più spesa: la complessità tecnologica della medicina contemporanea si traduce in numeri sempre più grandi.

Il Nord che accelera, il Sud che sorprende, il Centro che tiene
Il dato nazionale da solo, però, racconta solo una parte della storia. È quando si scende al livello regionale che il rapporto diventa davvero illuminante – e per certi versi inquietante.

La regione che registra l’incremento di spesa più eclatante nel 2023 è la Sardegna, con un balzo del  33,2%: dai 159 milioni del 2022 ai 212 milioni del 2023. Un dato che spicca su tutti e che merita attenzione, tanto più che l’anno precedente l’isola aveva già registrato una contrazione del 14%. Si tratta evidentemente di una forte discontinuità, probabilmente legata a dinamiche di acquisto concentrate o a recuperi di forniture rinviate, ma il rapporto non fornisce spiegazioni di merito su questo punto.

Subito dopo c’è il Piemonte, con un aumento del 20,8%: da 528 milioni a 638 milioni di euro, un salto di oltre 110 milioni in un solo anno che fa della regione uno dei casi più rilevanti dell’intera rilevazione. Seguono la Calabria (+15%), la Sicilia (+14,9%), il Friuli Venezia Giulia (+10,2%) e la Valle d’Aosta (+10,7%), tutte regioni che si collocano ben al di sopra della media nazionale del 6,9%.

La Lombardia, che rimane di gran lunga la regione con la spesa assoluta più elevata – 912 milioni di euro, più del doppio della seconda classificata – cresce invece in modo più contenuto, appena il 3,4%. Un segnale che può essere letto in due modi: o la regione ha già raggiunto un livello di efficienza negli acquisti che lascia poco spazio a ulteriori espansioni, oppure il sistema lombardo, più maturo e strutturato, assorbe le innovazioni tecnologiche in modo più graduale.

Il Veneto si attesta su una crescita robusta dell’8,6%, con una spesa che supera i 671 milioni, confermandosi come la seconda regione per volume di acquisti. L’Emilia-Romagna cresce del 2,8%, la Toscana del 5,6%, il Lazio del 5,5%: il Centro-Nord, nel suo complesso, mostra un andamento ordinato e allineato alla media.

Ci sono poi regioni che nel 2023 hanno ridotto la propria spesa rispetto all’anno precedente. Sono cinque, e non è un gruppo omogeneo.

L’Abruzzo è quello che colpisce di più: -12%, con la spesa che scende da 181 milioni a 159 milioni di euro. Il Molise segue con –11,5%, passando da 24 a 21 milioni. La Campania registra -2,9%, scendendo da 523 a 508 milioni, pur restando una delle regioni con i volumi assoluti più alti. L’Umbria cala del 2%, la Provincia Autonoma di Bolzano del 4,7%.

Cosa si compra: protesi e diagnostica in testa
Sul fronte delle categorie merceologiche, il primato spetta ai dispositivi protesici impiantabili e ai prodotti per osteosintesi – protesi d’anca, di ginocchio, viti e placche per le fratture – con una spesa di oltre 1,024 miliardi di euro, pari al 15,5% del totale, in crescita dell’11,3%. È il segmento più costoso e anche quello che riflette più direttamente l’invecchiamento della popolazione: più anziani, più fratture, più protesi.

Al secondo posto si collocano i dispositivi medico-diagnostici in vitro – i reagenti e i sistemi per le analisi di laboratorio – con 841 milioni di euro, ma in calo del 7,7% rispetto al 2022. Un dato che probabilmente risente del ridimensionamento della spesa legata alla pandemia da Covid, quando la diagnostica molecolare aveva fatto lievitare straordinariamente questa voce.

Terzo posto per i dispositivi per l’apparato cardiocircolatorio, con 763 milioni e una crescita del 12,3%: stent, cateteri, sistemi per l’emodinamica. Una voce che cresce con costanza, trainata sia dall’invecchiamento demografico sia dall’avanzamento delle tecniche di cardiologia interventistica. Le apparecchiature sanitarie vere e proprie – monitor, ecografi, sistemi di imaging – occupano il quarto posto con 545 milioni (+16,3%), seguite dai dispositivi per somministrazione, prelievo e raccolta — aghi, siringhe, deflussori – con 491 milioni.

Queste cinque categorie da sole coprono il 55,6% della spesa totale: più di metà del conto complessivo è concentrato in ambiti ben definiti, il che suggerisce che eventuali politiche di razionalizzazione degli acquisti dovrebbero partire proprio da qui per avere un impatto significativo sui conti del Ssn.

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